VERSO IL NAADAM
Italia – Mongolia su Moto Guzzi Quota
Ho ancora negli occhi Damasco, Petra e le Piramidi, quando decido che porterò questa Moto Guzzi il più ad Est possibile. Dalla Siria all’Egitto è stato un buon terreno di prova; adesso si merita la fiducia che riservai anni fa all’850GT per andare in Algeria e al 1000SP, fino in Kurdistan. Questa Quota 1100 è entrata a pieni voti in garage!
I preparativi sono lunghi, estenuanti a tratti, ma la Mongolia, passando dalla via della Seta, li vuole tutti; Ulaanbaatar è lontana…ma possibile!Visti, attrezzatura, roadbook, e manutenzione, corrono paralleli e inarrestabili verso la fine di maggio, poi si parte. La moto è pressoché a posto, solo il caldo del Mar Morto ha sciolto la guarnizione del cruscotto, niente di grave. Opto comunque per un check-up completo e per una buona scorta di parti di ricambio.
Slovenia, Ungheria e Ucraina passano via veloci, quasi intangibili; sono i “primi” chilome[...]
Ho ancora negli occhi Damasco, Petra e le Piramidi, quando decido che porterò questa Moto Guzzi il più ad Est possibile. Dalla Siria all’Egitto è stato un buon terreno di prova; adesso si merita la fiducia che riservai anni fa all’850GT per andare in Algeria e al 1000SP, fino in Kurdistan. Questa Quota 1100 è entrata a pieni voti in garage!
I preparativi sono lunghi, estenuanti a tratti, ma la Mongolia, passando dalla via della Seta, li vuole tutti; Ulaanbaatar è lontana…ma possibile!Visti, attrezzatura, roadbook, e manutenzione, corrono paralleli e inarrestabili verso la fine di maggio, poi si parte. La moto è pressoché a posto, solo il caldo del Mar Morto ha sciolto la guarnizione del cruscotto, niente di grave. Opto comunque per un check-up completo e per una buona scorta di parti di ricambio.
Slovenia, Ungheria e Ucraina passano via veloci, quasi intangibili; sono i “primi” chilometri, la voglia di guidare è insaziabile e le immagini della meta, viste prima di partire, scorrono sulla visiera come al cinematografo. Non c’è tempo per fermarsi a Stalingrado e già il Kazakistan scorre sotto le ruote che attraversano le infinite distese del granaio d’Europa; il caldo e la prua che guarda ancora a Sud, mi fanno rivivere, per un attimo, le infuocate strade della Giordania.
Le ore di dogana si sprecano, è una cosa normale, da mettere in conto e da accettare senza compromessi, se si ha intenzione di viaggiare in certi paesi; gli ultimi 70km per arrivare fin qui, alle porte dell’Uzbekistan, sono stati un assaggio di quello che sarà la terra di Gengis Khan, niente asfalto.
Samarcanda è là davanti che attrae me e la moto con una forza “mitologica”, ma sulla via della Seta Khiva e Bukhara sono delle perle che non passano inosservate: niente hanno da invidiare alla blasonata città più antica del mondo. Medine, moschee e madrasse, in un trionfo di forme e colori, scorrono ai lati del casco quando la rotta riprende verso nord, verso la Siberia. Il Kazakistan e la Russia, pur a mille e mille chilometri di distanza, sono sempre le solite, sembra d’essere di nuovo lungo le sponde del Volga o sulle rive del Mar Caspio; durante una sosta do un’occhiata alla carta e capisco che quelle là ad Est, sono le montagne del confine cinese; un giorno, quando i cinesi si decideranno ad essere più ospitali con i Viaggiatori autonomi, vedranno sfrecciare anche le meravigliose due ruote di Mandello; per adesso, peggio per loro.
Barnaul è un giro di boa per chiunque voglia entrare in Mongolia dalla regione degli Altai; qui, con infinita pazienza, si trova tutto, o quasi, il necessario per rimettere insieme idee e moto, cambiare gomme, olii e prepararsi a quella terra tanto ostile quanto meravigliosa. Il Quota, negli oltre 10000km fatti sino ad ora, ha consumato pochissimo olio motore, appena meno di un chilo, sostituisco quello della coppia conica, controllo il cambio e faccio saldare un telaietto delle borse, che non ha retto all’asfalto “lunare” dei chilometri passati; la moto è di nuovo perfetta. Una birra al locale Bike Bar è d’obbligo come 24/48h di relax, sono più che legittime, dopodiché Tashanta è il prossimo obiettivo; la frontiera tanto attesa quanto desolata, l’ultima frontiera.Il cancello che divide il popolo russo dai nomadi mongoli, segna anche la fine di una lunga lingua di asfalto nero e l’inizio di una striscia di fango rosso: “welcome Mongolia”, mi dice il primo di una serie di doganieri.
Da oggi in poi solo sterrato, fango, sabbia, pietraie e guadi, fino a pochi passi da Ulaanbaatar, dove apparirà di nuovo la lingua d’asfalto nero lasciata da oltre 3000km e dove apparirà di nuovo la civiltà. Migliaia di chilometri attraverso una natura “prepotente”, di laghi verdi e praterie infinite, disturbata dal solo rombo della motocicletta che segue le indicazioni “stradali” carpite a gesti ai pastori o ai nomadi. Indicazioni che parlano di valli, fiumi, laghi e montagne; non una rotatoria, non un semaforo o un cartello. Il sole che sorge ad Est e tramonta ad Ovest, insieme alla carta geografica, sono le uniche certezze, il resto viene “strada”, o meglio “pista”, facendo.La prossima partenza è da scegliere tra cento idee, la moto sarà da scegliere fra le tre Guzzi che sonnecchiano in garage.
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